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Osteoporosi in Italia: prevalenza, impatto e cosa sapere

Dr. M. Mondini – Biologo·13 maggio 2014

Nota iniziale: questo articolo è una versione aggiornata di contenuti pubblicati in precedenza, rielaborati secondo criteri scientifici e divulgativi. Ha scopo esclusivamente informativo e non sostituisce il parere medico.

IN BREVE

  • Studi DXA su campioni italiani indicano che circa un terzo delle donne in post-menopausa è osteoporotico e una quota significativa presenta osteopenia; molte non sono consapevoli del rischio.
  • L'osteoporosi aumenta il rischio di fratture (femore, vertebre, polso) con ripercussioni cliniche significative e costi per il sistema sanitario.
  • Strumenti come la densitometria (DXA) e i punteggi di rischio (ad esempio FRAX) aiutano a identificare gli individui a rischio, ma presentano limiti e non sostituiscono la valutazione clinica complessiva.
  • I trattamenti disponibili riducono il rischio di frattura in popolazioni selezionate, ma l'efficacia varia in base al profilo di rischio e all'aderenza al trattamento.
  • In Italia persistono lacune nella diagnosi e nella continuità terapeutica; strategie di screening mirate e servizi di prevenzione secondaria (ad esempio il Fracture Liaison Service) possono migliorare gli esiti.

Abstract: cosa dice la scienza?

L'osteoporosi è una condizione di ridotta massa ossea e alterazione microarchitetturale che aumenta la probabilità di fratture da fragilità. Studi condotti in Italia mediante densitometria (DXA) su campioni rappresentativi hanno stimato la presenza di osteoporosi in circa un terzo delle donne in post-menopausa, con una proporzione ancora maggiore affetta da osteopenia. Le evidenze sperimentali e di revisione indicano che le terapie anti-frattura — in particolare le classi anti-riassorbitive come i bisfosfonati — possono ridurre il rischio di fratture vertebrali e, in popolazioni selezionate, anche le fratture non vertebrali e dell'anca. Tuttavia, l'effetto netto dipende dalla selezione dei pazienti (prevalenza di bassa BMD, storia di fratture), dall'aderenza al trattamento e dai limiti degli strumenti di screening e degli studi osservazionali. In Italia, la malattia comporta un onere clinico ed economico significativo, aggravato da un ampio divario nell'avvio della terapia dopo le fratture. Le raccomandazioni attuali favoriscono uno screening mirato negli anziani e l'uso di strumenti di rischio integrati con la densitometria, sempre interpretati nel contesto clinico individuale.

Epidemiologia e prevalenza in Italia

Le indagini italiane condotte con densitometria (DXA) su campioni rappresentativi forniscono dati utili per comprendere l'entità del problema. In una coorte nazionale di quasi 1.000 donne in post-menopausa valutate con DXA, è stata osservata una prevalenza di osteoporosi di circa il 34% e di osteopenia di quasi il 47%; anche la proporzione di donne con una storia di frattura da fragilità era significativa. Questi risultati collocano l'Italia tra i Paesi con una notevole prevalenza di bassa massa ossea nella popolazione femminile anziana [1].

È importante sottolineare che la prevalenza varia in base all'età, al sito di misurazione (colonna vertebrale vs collo femorale), ai metodi utilizzati e alle caratteristiche della popolazione studiata (ad esempio indice di massa corporea, storia riproduttiva, abitudini di vita). Studi sulle regioni italiane e revisioni della letteratura mostrano una certa eterogeneità ma convergono nel riconoscere un aumento della prevalenza con l'età e un onere consistente di fratture legate alla fragilità ossea [1][2].

Diagnosi: DXA, FRAX e limiti degli strumenti

La densitometria ossea con DXA rimane lo standard per misurare la densità minerale ossea e definire la diagnosi di osteoporosi secondo le soglie internazionali. Tuttavia, la sola densità non cattura tutti i fattori di rischio: i punteggi di rischio clinico (come FRAX) integrano variabili demografiche e cliniche per stimare la probabilità di frattura a 10 anni e guidare le scelte diagnostiche e terapeutiche [2].

L'uso combinato di DXA e FRAX migliora la stratificazione del rischio: la densitometria quantifica il deficit di massa ossea, mentre FRAX colloca la BMD in un contesto di fattori clinici (età, fratture precedenti, uso di glucocorticoidi, altre condizioni). Tuttavia, entrambi gli strumenti presentano limiti: FRAX può sottostimare il rischio in alcune popolazioni e non considera alcuni fattori (ad esempio la recenza di una frattura), mentre la DXA non misura la qualità ossea e può mostrare discordanze tra i siti di scansione [3][8].

Limiti dello screening e criteri per l'invio alla DXA

Le raccomandazioni politiche sottolineano la necessità di uno screening mirato: molte linee guida suggeriscono di eseguire la DXA nelle donne di età ≥65 anni o prima in presenza di fattori di rischio clinici che aumentano la probabilità di osteoporosi. L'applicazione indiscriminata della DXA alla popolazione in menopausa non è considerata un uso efficiente delle risorse; decisioni razionali richiedono regole cliniche e valutazioni costi/benefici. Inoltre, la sensibilità e la specificità degli algoritmi di selezione variano, quindi la scelta dei criteri deve considerare il contesto locale e la disponibilità dei servizi [1][8].

Conseguenze cliniche ed economiche

Le fratture da fragilità — in particolare quelle dell'anca e della colonna vertebrale — sono associate a significativa morbilità, perdita di autonomia e aumento della mortalità a breve e medio termine. Le analisi del carico di malattia in Europa collocano le fratture osteoporotiche tra le principali cause di disabilità nelle persone anziane; il costo economico complessivo per gli Stati europei è significativo e include ricoveri, riabilitazione e assistenza a lungo termine [2].

In Italia, studi basati su dati reali (real-world) mostrano un divario terapeutico significativo dopo la frattura e costi sostanziali per il sistema sanitario: analisi regionali recenti hanno stimato costi diretti significativi per paziente nel primo anno dopo una frattura dell'anca e hanno documentato che una larga maggioranza dei pazienti non ha ricevuto terapia anti-osteoporotica nei mesi successivi al ricovero, un fenomeno che aumenta il rischio di nuove fratture e costi aggiuntivi [3].

Trattamenti: efficacia e limiti delle evidenze

La letteratura sperimentale e le revisioni sistematiche indicano che diverse classi di farmaci anti-osteoporosi riducono il rischio di frattura in popolazioni selezionate. I bisfosfonati (ad esempio alendronato, risedronato, zoledronato) sono tra le classi più studiate e sono associati a riduzioni significative del rischio di fratture vertebrali e — in determinati contesti clinici — anche di fratture non vertebrali e dell'anca. Meta-analisi e revisioni mirate mostrano che l'entità della riduzione del rischio dipende dal tipo di frattura, dal profilo di rischio iniziale e dall'aderenza al trattamento [5][6].

Efficacia comparativa e nelle popolazioni reali

Analisi bayesiane e meta-analisi in rete che confrontano i bisfosfonati tra loro e con altre terapie mostrano un effetto anti-frattura complessivo, con variabilità per i singoli farmaci e le popolazioni. Le revisioni Cochrane e le ampie sintesi concordano nel ritenere che i benefici clinici siano più evidenti nelle persone con BMD molto bassa o con fratture precedenti; l'effetto nelle popolazioni primarie a basso rischio è più modesto e documentato in modo meno solido [5][6][7].

Cosa significa in pratica

Per i cittadini e i professionisti sanitari, il messaggio pratico è a più livelli. Innanzitutto, la presenza di fattori di rischio (età avanzata, fratture precedenti, terapie croniche che danneggiano l'osso, basso BMI, fumo, scarsa attività fisica) richiede una valutazione del rischio di frattura complessivo e, quando indicato, l'esecuzione della DXA. Le decisioni di eseguire test e trattamenti non dovrebbero essere automatiche ma basate su una combinazione di fattori clinici e probabilità individuale di frattura.

Per le persone che hanno già subito una frattura da fragilità, le evidenze supportano fortemente l'attivazione di un percorso di prevenzione secondaria (valutazione completa, avvio della terapia anti-frattura quando appropriato, supporto all'aderenza). In Italia esistono esperienze e strumenti per ottimizzare il rapporto costo/beneficio della diagnostica e della terapia; tuttavia la loro diffusione non è ancora uniforme, il che contribuisce a un elevato divario terapeutico dopo la frattura [1][3].

Punti chiave da ricordare

  • L'osteoporosi è comune nelle donne anziane e spesso rimane non diagnosticata fino al verificarsi delle fratture.
  • La DXA è lo strumento di riferimento per misurare la densità ossea, ma la valutazione del rischio deve integrare i fattori clinici con strumenti come FRAX.
  • I farmaci anti-frattura riducono il rischio in popolazioni selezionate; l'effetto è maggiore in presenza di BMD molto bassa o di fratture precedenti.
  • Esiste un ampio divario tra i pazienti che subiscono fratture e quelli che ricevono un trattamento adeguato; migliorare la continuità terapeutica è una priorità di salute pubblica.
  • Una prevenzione efficace combina valutazione del rischio, diagnosi mirata, interventi sullo stile di vita e percorsi organizzativi per la gestione post-frattura.

Limiti delle evidenze

È essenziale distinguere tra associazioni osservate ed evidenze causali certificate da trial randomizzati. Gran parte delle informazioni su prevalenza e correlazioni con i fattori di rischio proviene da studi osservazionali, utili per descrivere il fenomeno ma soggetti a fattori confondenti e bias di selezione. Gli studi clinici randomizzati forniscono le migliori evidenze sull'efficacia dei farmaci, ma spesso includono pazienti selezionati e condizioni di studio che non riproducono esattamente la pratica clinica reale [5][6][7].

Alcuni limiti metodologici ricorrenti includono: eterogeneità nei criteri di inclusione tra gli studi, durata limitata del follow-up rispetto al decorso naturale della malattia, variabilità nella definizione degli esiti (radiografici vs clinici) e scarsa rappresentatività di gruppi particolari (uomini, anziani fragili con comorbilità). Per gli studi economici, la disponibilità e la qualità dei dati regionali real-world possono influenzare le stime dei costi. Per tutti questi motivi, le raccomandazioni devono essere interpretate con cautela e adattate al contesto clinico individuale [2][3][5].

Conclusione editoriale

In Italia, i dati densitometrici su coorti rappresentative mostrano una prevalenza significativa di osteoporosi e osteopenia tra le donne in post-menopausa; questo problema si traduce in un aumento del rischio di fratture, perdita di autonomia e oneri sanitari significativi. Le strategie più efficaci non sono uno screening indiscriminato ma l'identificazione strutturata degli individui ad alto rischio, l'uso integrato di DXA e strumenti di rischio, l'accesso alle terapie anti-frattura quando appropriato e l'attivazione di percorsi di prevenzione secondaria dopo le fratture.

Per i decisori sanitari, le priorità sono: diffondere percorsi di cura che riducano il divario terapeutico post-frattura, migliorare la selezione degli individui da inviare alla DXA con regole validate e sostenere programmi di educazione e aderenza al trattamento. Per i cittadini, consultare un medico per una valutazione del rischio rimane il passaggio chiave: la diagnosi precoce e la continuità delle cure sono fondamentali per ridurre l'impatto delle fratture.

Nota editoriale

Questo articolo aggiorna e sintetizza le evidenze pubblicate nella letteratura peer-reviewed e le raccomandazioni politiche disponibili alla data dell'aggiornamento. Lo scopo è informativo ed educativo: non sostituisce il parere clinico individuale. Per domande diagnostiche e terapeutiche, consultare il proprio medico curante o uno specialista.

RICERCA SCIENTIFICA

  1. D'Amelio P, Spertino E, Martino F, Isaia G C. Prevalence of Postmenopausal Osteoporosis in Italy and Validation of Decision Rules for Referring Women for Bone Densitometry. Calcified Tissue International. 2013;92:437–443. https://doi.org/10.1007/s00223-013-9699-5
  2. Svedbom A, Hernlund E, Ivergård M, et al. Osteoporosis in the European Union: a compendium of country‑specific reports. Archives of Osteoporosis. 2013;8:137. https://doi.org/10.1007/s11657-013-0137-0
  3. Willers C, et al. Burden of Disease and Treatment Gap in Patients with an Osteoporotic Hip Fracture between 2015 and 2019 in Italy. Drugs & Aging. 2025; (Article). https://doi.org/10.1007/s40266-025-01211-7
  4. Kanis JA, Johnell O, Oden A, et al. FRAX™ and the assessment of fracture probability in men and women from the UK. Osteoporosis International. 2008;19:385–397. https://doi.org/10.1007/s00198-007-0543-5
  5. Anti‑Hip Fracture Efficacy of Bisphosphonates: A Bayesian Analysis of Clinical Trials. Journal of Bone and Mineral Research. 2006;21:340–349. https://doi.org/10.1359/JBMR.050903
  6. Clinical effectiveness of bisphosphonates for the prevention of fragility fractures: A systematic review and network meta‑analysis. Bone. 2016;89:52–58. https://doi.org/10.1016/j.bone.2016.05.013
  7. Cochrane Review: Risedronate for the primary and secondary prevention of osteoporotic fractures in postmenopausal women. Cochrane Database Syst Rev. (CD004523). https://doi.org/10.1002/14651858.CD004523
  8. U.S. Preventive Services Task Force. Screening for Osteoporosis to Prevent Fractures: Recommendation Statement. JAMA. 2018;319(24):2521–2531. https://doi.org/10.1001/jama.2018.7498

Note sui riferimenti e sui nomi citati nell'articolo: i dati e le citazioni riportati fanno riferimento esclusivamente a pubblicazioni verificate e a informazioni contenute nell'articolo originale; i nomi e i ruoli citati nel testo originale (Giancarlo Isaia, Claudia Matta) sono stati mantenuti senza ulteriori informazioni biografiche.